Sono molte le cose che i due sud d’Europa hanno in comune: il clima, la natura, l’allegria, l’attaccamento alle proprie radici culturali. Allo stesso tempo sono tante le differenze: il cibo, i ritmi di vita, le abitudini, il carattere della popolazione. Ma quello che più di tutto distingue la capitale andalusa dalla Calabria è l’apertura verso lo straniero: la curiosità positiva di conoscere culture differenti e accoglierle nella propria. È per questo che alcune esperienze finiscono per legarti a una terra, tanto da farne la tua nuova patria, anche se quella vecchia non smette mai di mancarti.
La storia di Marianovella Munizza ci racconta una di queste esperienze e si fa esempio dell’importanza di far parte di un’unica grande comunità: quella europea. Il Programma di Mobilità Internazionale Leonardo Da Vinci dà ogni anno a moltissimi giovani laureati (e non) la possibilità di trascorrere un periodo di tirocinio all’estero, a spese della comunità europea. Marianovella è stata una di quei giovani, solo che lei non è mai tornata. Nata e cresciuta a Reggio Calabria, si è laureata in Giurisprudenza, e subito dopo ha iniziato a studiare per sostenere l’esame da avvocato.
Ma non era quella la strada che voleva intraprendere. Come molti altri, viene a sapere del Programma Leonardo per caso, e senza troppe speranze fa domanda all’Università Mediterranea, che nel 2006 era l’ente promotore. Il responso arriva presto: presa, appreso e partita. Iniziano i quattro mesi di vita andalusa, ma nel frattempo Marianovella ha già fatto lo scritto dell’esame da avvocato (perché da buona calabrese sa che bisogna sempre crearsi un’alternativa) e presto tornerà in Italia per fare l’orale. Il suo tirocinio a Siviglia è nell’agenzia “Incoma”, che si occupa proprio dell’organizzazione e gestione dei progetti di mobilità, ma finiti i quattro mesi di lavoro e tornata a Reggio Calabria, non se la sente di abbandonare definitivamente Siviglia, nonostante abbia anche superato l’esame di stato. Allora decide di tornarci per approfondire la conoscenza della lingua e trova un tirocinio di sei mesi al consolato italiano. Insomma, fa di tutto per concretizzare l’opportunità datale dalla sua Università pochi mesi prima. Poi arriva la telefonata di Incoma: una persona che lavorava lì se n’è andata e loro le chiedono se vuole sostituirla.
Da allora sono passati cinque anni e Marianovella continua la sua vita a Siviglia: lavora ancora per la stessa agenzia, ha un fidanzato spagnolo e una casa a Plaza de Armas. Ha addirittura preso l’accento del posto, anche quando parla l’italiano (e ci infila qualche ‘entonces’ – che vuol dire ‘quindi’ – per sbaglio). «Non credere che la situazione lavorativa a Siviglia sia rosea – dice a un certo punto. A volte penso che se avessi vissuto in una città del centro o del nord Italia, forse non sarei rimasta qui. Però alla fine non è la possibilità di lavorare che mi ha catturato. Ma il fatto che a Siviglia il lavoro è solo un mezzo per goderti la vita. Non è l’unico obiettivo. E poi, l’orgoglio di essere calabrese che questo popolo è riuscito a farmi provare: si sono mostrati contenti, incuriositi, interessati alla mia terra e a me. Onestamente, non mi era mai successo altrove. Dico sempre che noi calabresi siamo molto più vicini al sud della Spagna che al nord dell’Italia». È vero, storie ed esperienze simili accadono ogni giorno in ogni parte del mondo, ma la Calabria troppo spesso ne rimane fuori, o peggio ancora, non sa di esserne parte. È per questo che non può bastare il passaparola a farle conoscere.

























