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Mantica: le vie del Signore sono finite!

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Scritto da Alessandro Bettero   
 
10-09-2008 11:32
Pagina vista 760    

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Alfredo Mantica
“Ci sono cittadini con passaporto italiano che non conoscono nemmeno la lingua”; “L’assistenzialismo non ha futuro”; “Per rinnovare un documento amministrativo non si ha bisogno del console e dell’impiegato”; “Per il governo non possono esistere sistemi di rappresentanza in conflitto tra loro come parlamentari estero e Cgie”.

Riproduciamo  integramente la intervista rilasciata al giornale tedesco in lingua italiana Corriere D'Italia  dal senatore Alfredo Mantica, nuovo sottosegretario per gli Italiani nel mondo

Lei sostiene che occorre rifondare la comunità degli italiani all’estero. Quale segno vuole lasciare questo governo? È finita un’epoca che considero anche eroica di costruzione della comunità, delle sue organizzazioni, del riconoscimento delle sue associazioni, dei sistemi di rappresentanza; ed è finita con l’elezione di 18 parlamentari della Circoscrizione estero nel 2008.

Ho indicato questa data, diversamente da quella del 2006, che corrispondeva alla prima elezione dei parlamentari all’estero, perché nella contrapposizione tra maggioranza e opposizione, gli italiani all’estero si trovarono, nel 2006, ad avere un ruolo un po’ particolare.

Oggi c’è un clima politico diverso, c’è la possibilità di lavorare per cinque anni. Ma abbiamo anche il dovere di immaginare che cosa sarà questa comunità italiana tra vent’anni, e quindi di pensare a cosa fare per mantenere vivo il senso d’appartenenza di cittadini italiani di seconda e terza generazione che, più che cittadini italiani, sono cittadini d’origine italiana.

Cosa si aspetta dalla prossima Conferenza mondiale dei giovani italiani all’estero, in programma a dicembre? Innanzitutto chiederemo provocatoriamente a questi giovani che cosa significhi essere italiani nel mondo nel 2020-2025. Io mi aspetto risposte fuori dalle consuetudini, dalle logiche dei patronati e dei sindacati, per capire davvero cosa siano l’identità nazionale e quella culturale; cosa voglia dire essere una comunità nazionale.

Ci sono molti cittadini che hanno il passaporto italiano, e che sono, a tutti gli effetti, cittadini italiani, ma che non conoscono nemmeno la nostra lingua.

Lei insiste per investire sui giovani, ma questo porterebbe a compromettere il rapporto con le associazioni. Investendo solo sulle associazioni, del resto, si rischierebbe di ignorare il cambiamento nel mondo giovanile. Cosa sceglie? Nell’opzione che lei mi ha posto, io punto sicuramente sui giovani a costo di mettere in discussione un sistema basato su un principio che è l’assistenzialismo nei confronti dell’Italia che, secondo me, non ha futuro.

I fondi a disposizione, quali priorità avranno? Si parla di tagli ai consolati. La questione della rete consolare è stata affrontata con il presidente del Comitato degli italiani all’estero alla Camera, l’onorevole Zacchera, e con il senatore Micheloni che fa parte dell’opposizione.

I servizi consolari che rende l’Italia nel mondo sono unici. Se vogliamo continuare con i ‘municipi italiani nel mondo’ parliamone, e allora dimensioneremo una rete consolare. Se vogliamo immaginare i consolati come quelli britannici o francesi, forse dovremmo affrontare una ristrutturazione diversa. Se un consolato deve gestire 48 mila persone come in Argentina, evidentemente è una cosa diversa da un consolato oppure è un consolato di tipo particolare.

La rete consolare è nata e si è sviluppata sull’onda dei flussi migratori degli italiani all’estero. Oggi credo sia importante domandarsi se quel tipo di rete risponda alle esigenze o se, in futuro, occorra pensare a cose diverse. E, poi, in un mondo nel quale si opera con carte di credito, internet, ecc. mi domando se per rinnovare un documento amministrativo ci sia bisogno di un console, di un impiegato, di una sede oppure, più semplicemente, di uno sportello.

Parliamo pure di «consolato digitale»: c’è un esperimento in corso a Dublino. Vediamo come funziona. Lo dovremo trasferire a Chambéry per verificare come funziona in una piccola realtà. Certo che se non si vuole cambiare nulla, avremo di fronte un futuro molto difficile.

Lei vuole investire nel mondo dell’impresa italiana all’estero per sviluppare relazioni con la realtà economica in patria. In che modo? Questo è un vecchio sogno dell’onorevole Tremaglia che io vorrei riprendere in maniera più pragmatica. L’onorevole Tremaglia pensava che, in qualche modo, la comunità degli imprenditori italiani all’estero avrebbe potuto aiutare l’Italia a ritrovare i fondi per gli investimenti, per le infrastrutture, per l’ammodernamento del Paese.

Io non credo che questo sia l’obbiettivo di una confederazione degli imprenditori italiani nel mondo. Occorre mettere insieme più sinergie con una comune identità culturale e linguistica per affermare un’internazionalizzazione delle imprese italiane e, quindi, per creare una rete che favorisca lo sviluppo economico dell’Italia.

E noi opereremo in questo senso. Se facciamo un elenco di persone d’origine italiana, bisogna poi vedere se queste se la sentono ancora di partecipare allo sviluppo della madre patria o se, invece, pensano che i loro interessi siano in Brasile, in Argentina, in Cina o altrove.

Da più parti si sollecita la riforma del Cgie e dei Comites. Li cambierebbe, li trasformerebbe? Il Parlamento, in questo, è sovrano. Tuttavia mi sembra di poter dire che i vari livelli di rappresentanza devono essere riequilibrati tra di loro. In altri termini vorrei sapere dai parlamentari italiani eletti all’estero, quale ruolo intendono assumere e come intendono svolgere la loro attività.

Faccio un esempio concreto: c’è stata una discussione sull’Ici per gli italiani residenti all’estero e iscritti all’Aire, ma che hanno casa in Italia. Il governo italiano non ha riconosciuto in prima battuta l’abolizione dell’Ici per queste realtà.

Non è un problema del Ministero degli esteri ma del Ministero delle finanze. Allora se i parlamentari italiani decidono di frequentare – come io credo doveroso – la Commissione finanze, lì trovano tutte le risposte. E allora il sistema di rappresentanza dei parlamentari diventa completo a tutti gli effetti. Mi domando quale rapporto e quale potere abbia il Cgie sulla stessa materia.

L’unica cosa che può dire il Governo è che non possono esistere due sistemi di rappresentanza diversi e conflittuali fra di loro.

Come si muoverà sul fronte della promozione della lingua e della cultura italiana nel mondo? Abbiamo chiesto e ottenuto che le deleghe per gli italiani nel mondo e per la cultura fossero affidate alla stessa persona. Cioè a me. Quindi coordinarle entrambe mi pare già una cosa fondamentale. Una volta che capiamo dove si disperdono i contributi pubblici, possiamo cominciare a stabilire il ruolo delle scuole italiane nel mondo, il ruolo delle scuole parificate e degli enti gestori, partendo dall’ipotesi che la lingua italiana si insegna a chi non sa la lingua italiana, e non ai figli degli italiani che parlano l’italiano.

Per lei che cosa significa italianità nel mondo, oggi? Significa amare il nostro Paese. Significa amarne la cultura, la lingua, i valori, la Costituzione. Questo mi pare il motivo per cui vale la pena di stare assieme e di essere orgogliosi di appartenere a questa comunità esaltandone, in tutti gli aspetti – anche da parte del Governo italiano – le sue specificità. Altrimenti, se è solo un atto amministrativo, è difficile poterne discutere.

 

Alessandro Bettero


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