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La bandierina della coraggiosa compagnia

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Scritto da Raffaele Deidda   
 
05-09-2008 13:08
Pagina vista 600    

ImageChi non ha giocato, da ragazzo, al gioco del ruba-bandiera? Consisteva nel cercare di prendere una bandierina, tenuta penzoloni da un arbitro, e portarla oltre la linea della propria squadra. Chi prendeva la bandiera doveva cercare di non farsi toccare dall’avversario che, viceversa, doveva cercare di toccare colui che era stato più abile di lui nell’afferrare la bandiera. Erano ammesse le finte ma, se veniva superata la linea di metà campo senza riuscire a prendere la bandierina, scattavano le penalità.

Un tempo a ruba - bandiera si giocava da ragazzi, oggi invece è diventato il gioco preferito di una compagnia di “capitani coraggiosi” adulti, probabilmente affetti dalla sindrome di Peter Pan, fra i quali spiccano personaggi con nomi e volti noti come Roberto Colaninno e Marco Tronchetti Provera, già distintisi nel “salvataggio” della Telecom, come Carlo Toto, già noto per le burrascose vicende legate agli appalti ANAS, come Gilberto Benetton, co-salvatore della Telecom insieme a Tronchetti Provera e proprietario della società Autostrade, come Marcellino Gavio, noto rastrellatore di appalti pubblici ai tempi del ministro democristiano Gianni Prandini e socio di Impresilo, società interessata all’appalto per il ponte di Messina, come Salvatore Ligresti, già condannato a 2 anni e 4 mesi di reclusione nell’ambito dell’inchiesta “mani pulite”, costruttore e anch’egli socio di Impresilo, come Emma Marcegaglia, presidente della Confindustria che, se ce ne fosse bisogno, si renderà ancora più disponibile ad uno stretto collateralismo col governo Berlusconi in virtù della grazia ricevuta.

Si tratta, in definitiva, non di capitani ma di “capitalisti coraggiosi” che hanno negoziato il loro ingresso nel capitale di Alitalia (mettendoci, alcuni, davvero pochi spiccioli) in cambio di sostanziose contropartite Anche perché il vecchio gioco del ruba-bandiera stavolta è cambiato e, essendo presente nel governo Berlusconi un ministro ad hoc, è stato anche semplificato. I termini sono stati invertiti e non si tratta più di prendere la bandiera della compagnia, ma bensì di accapparrarsi la compagnia di bandiera.

La semplificazione consiste nel fatto che non ci sarà alcun avversario che potrà toccare i componenti della coraggiosa compagnia per impedirgli la presa e non ci sarà neanche bisogno di ricorrere alle finte, visto che ci ha già pensato il premier organizzatore del gioco a fingere il salvataggio di Alitalia sfoggiando un finto liberismo, sulla base del tornaconto politico ed elettorale, già dai tempi in cui era stata ipotizzata la discesa in campo dei figli di Berlusconi con la comparsa della “Piersilvio Airways”. Il gioco val dunque bene la candela non esistendo né rischi né penalità per i capitani coraggiosi votati anima e corpo al “salvataggio” di Alitalia, in quanto il piano prevede la rivoluzionaria soluzione della socializzazione delle perdite, che dovranno essere pagate da tutti i cittadini italiani, e la privatizzazione dei profitti che i salvatori della compagnia di bandiera si divideranno. Si, perché ci saranno due Alitalia, quella “buona” e quella “cattiva”.

L’Alitalia buona, quella che si sono accapparrati i capitani coraggiosi, è quella che produce utili attraverso le rotte e la flotta, mentre quella “cattiva”, gravida di debiti e di esuberi (si è parlato di un numero vicino alle 7000 unità), sarà affidata al commissario Fantozzi e quindi allo Stato, e quindi ai cittadini italiani che avranno il privilegio di concorrere, pur col loro modesto contributo, al salvataggio della gloriosa compagnia di bandiera. Perché Alitalia deve restare “nostra”, non deve essere ceduta ad una compagnia straniera, cribbio! Però, si osserva, a parte Toto di Air One, pieno di debiti e di esuberi, nessun altro giocatore del ruba-bandiera ha competenze in campo aeronautico. Che fare? Ecco prendere corpo l’idea geniale di chiedere aiuto e supporto ad una compagnia aerea alla quale nessuno aveva pensato prima : la Air France! Sicuramente molti avranno pensato ad un caso di omonimia, reputando improbabile se non impossibile trattarsi di quella compagnia che alcuni mesi (e miliardi di euro) fa si era dichiarata disponibile a rilevare l’agonizzante Alitalia, tutta la compagnia e non solo della parte “sana”, ponendo come condizione l’alleggerimento di 2150 esuberi.

Invece no, non si tratta di un caso di omonimia, si parla proprio della la compagnia aerea francese che aveva ipotizzato la fusione di Alitalia nel gruppo Air France-Klm lasciandole conservare il suo marchio con gran parte del personale e gran parte delle rotte, nella previsione di acquisirne altre per destinazioni internazionali, oltre che di rinnovo della flotta per far fronte ai previsti incrementi di passeggeri e di merci negli anni futuri. Dopo qualche anno i “capitalisti coraggiosi” potranno rivendere le loro quote della Good Company al partner industriale, presumibilmente Air France, che si prenderà Alitalia a condizioni nettamente migliori rispetto agli accordi presi a suo tempo con Prodi. La prenderà fra l’altro con molti addetti in meno rispetto a quelli definiti precedentemente e con molti debiti in meno, visto che nel frattempo saranno stati pagati dai cittadini italiani.

Più che di un piano per il salvataggio di Alitalia, ha ragione Eugenio Scalari, si tratta di un imbroglio destinato a produrre enormi costi sociali e finanziari per il paese, anche se il Ministro del Lavoro Sacconi ha ridimensionato a “meno di 5000”, poi quantificati in 3250, gli esuberi della nuova Alitalia concentrata sui voli nazionali che vedrà tagliate tra le 80 e 100 aeromobili e opererà con 65 destinazioni, di cui sedici intercontinentali e le altre 49 sparse tra Italia e Europa e se il presidente della cordata Colaninno assicura che : “Il nostro è un investimento lungo e non di breve periodo, non ha quindi aspetti di speculazione finanziaria”.

Di fatto è stata creata una compagnia aerea più piccola, più domestica che, come afferma Pierluigi Bersani, dovrà “cercare alleanze con Air France in condizioni meno favorevoli per noi, per i lavoratori, i consumatori e i risparmiatori". Di fatto si è materializzata la sciagurata prospettiva di scaricare le perdite della compagnia sui contribuenti italiani, sui risparmiatori azionisti e sui dipendenti dell’azienda. Di fatto è stato portato a compimento “Il più insolente piano di salvataggio di Silvio Berlusconi” come il quotidiano tedesco di centrodestra, il Frankfurter Allgemeine Zeitung, ha definito recentemente la proposta di risanamento della compagnia di bandiera italiana predisposta dal governo, intravedendo in essa una “bancarotta fraudolenta” assistita dallo stato, in evidente violazione delle regole del libero mercato e in direzione di un monopolio dove “la concorrenza sul mercato aereo italiano viene limitata per decreto governativo”. Di fatto i tedeschi dimostrano di non aver mai giocato da bambini a ruba-bandiera e di non aver seguito le evoluzioni adulte del gioco se ritengono di intravedere nel piano di risanamento di Alitalia un riferimento “ai principi dell'economia di Stato che potrebbe provenire da un programma dei sindacati o da un libro di testo di economia comunista”.

Non hanno capito, i giornalisti Frankfurter Allgemeine Zeitung, che la “coraggiosa compagnia” ha la nobile missione di lasciare Alitalia “nelle mani degli italiani” in ottemperanza al volere dello statista Berlusconi che considera questa forma di salvataggio “non un nazionalismo fuori moda” ma “un provvedimento indispensabile se si vuole che i turisti vengano in Italia piuttosto che in altri paesi del mondo; è indispensabile se si vuole che i nostri imprenditori e manager vadano all'estero senza essere penalizzati in termini di tempo e denaro”. Anche se ci rendiamo conto delle difficoltà che potrete incontrare, sarà opportuno che riusciate a cogliere, amici tedeschi, la reale differenza in termini concettuali ed economici fra la compagnia di bandiera e la bandiera della compagnia, per poter esprimere una valutazione più compiuta di ciò che appare in tutta evidenza come un tentativo pasticciato di risolvere la crisi di Alitalia, contrario ad ogni forma di regole di uno stato liberale europeo.


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