| SESSANTOTTO E IL POTERE DELLA IMMAGINAZIONE |
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| Scritto da Raffaele Deidda | |
| mercoledì, 07 maggio 2008 09:00 | |
Se non ci fosse stato il Sessantotto Sarkozy non avrebbe neanche potuto prendere un caffè all’Eliseo. Gianfranco Fini invece è potuto diventare presidente della Camera nonostante il Sessantotto.![]() Una manifestazione del '68 In realtà il movimento del ’68 aveva già avuto inizio in altri paesi europei nel 1967, con le manifestazioni degli studenti tedeschi e italiani sfociate nell’occupazione delle facoltà universitarie e mirate ad evidenziare i problemi del sovraffollamento delle università, a denunciare la carenza di sbocchi professionali e l’assenza di ricambio nelle classi dirigenti. Chi ha vissuto quel periodo in Italia ha sicuramente ancora vivo il ricordo di slogan quali “L’immaginazione al potere”, “Tutto e subito” e “ Vietato vietare” urlati nei cortei studenteschi e accompagnati dal “ Via, via, la nuova polizia!” diretto agli “ortodossi” del PCI. e alle “vecchie barbe” dell’intellighenzia di sinistra. Il filosofo francese André Glucksmann, che aveva partecipato a Parigi agli avvenimenti del maggio 1968 come militante maoista e aveva successivamente sostenuto la causa dei resistenti all'oppressione sovietica e in particolare dei ceceni, è noto per le sue forti denunce contro l'atteggiamento compiacente dei paesi occidentali verso la politica di Vladimir Putin. E’ altresì noto per aver appoggiato alle elezioni presidenziali Nicolas Sarkozy, candidato dell’Union pour la Majorité Presidentielle, definendo il candidato del centrodestra "il solo ad essersi impegnato per la Francia del cuore”, quella che sostiene i boat-people vietnamiti che fuggono dal comunismo, i sindacalisti di Solidarnosc imprigionati, i dissidenti russi, bosniaci, kossovari, ceceni. In aperta polemica con la “gauche” ufficiale francese, a cui il filosofo rimprovera di credersi “ancora moralmente infallibile e mentalmente intoccabile, una sinistra professionale che si è addormentata sui propri allori”, Glucksmann aveva fattivamente contribuito al successo del leader della “destra repubblicana”, che con parole d’ordine securitarie e nazionaliste si era presentato come l’uomo nuovo a cui guardare e a cui chiedere protezione davanti alla turbolenta, complicata, confusa e minacciosa situazione di questi tempi. Il vecchio “nouvel philosophe” non aveva trovato sconcertante che Sarkozy dichiarasse durante la campagna elettorale di individuare nel Sessantotto un movimento che aveva imposto il relativismo intellettuale e morale, visto come l’origine della decadenza morale della Francia, e si fosse posto come portavoce del popolo critico verso gli eredi di quella cultura, individuati all’interno della sinistra, che avevano propugnato la caduta dei valori e delle gerarchie insieme all'idea che tutto fosse uguale, che non ci fossero differenze tra il bene e il male, tra il vero e il falso, tra l’allievo e il maestro. Per Glucksmann, infatti, Sarkozy non è solo un critico del ‘68 ma ne è il figlio, perché se non ci fosse stato il Sessantotto (da scriversi con la “S” maiuscola perché più che una data indica un variegato movimento giovanile che attraversò una gran parte del mondo segnando, nel bene e nel male, la vita di un’intera generazione) il presidente del Consiglio francese Sarkozy non avrebbe neppure potuto prendere un caffé all’Eliseo in quanto figlio di genitori di origine straniera, nato dopo la fine della Seconda guerra mondiale, sposato con una divorziata, divorziato e poi sposato ancora con una cantante – modella italiana.. Per il filosofo francese il “sessantottismo” di Sarkozy è rilevabile nella determinazione alla “rottura”che egli manifesta, nella volontà di modificare ciò che appare immobile o addirittura intoccabile, in contrapposizione con la vecchia destra francese ripiegata su se stessa e disattenta ai diritti dell’uomo e in reazione alla sinistra, vista come teatro di scontro inconcludente fra pseudo - rivoluzionari e pseudo – riformisti. C’è in Italia un politico di destra (o sarebbe meglio definirlo di ex destra?) che oggi ricopre la prestigiosa carica istituzionale di presidente della Camera dei Deputati e che certamente non disdegnerebbe di succedere a Berlusconi in qualità di premier in un futuro sufficientemente prossimo diventando così il Sarkozy italiano, il quale ha dichiarato, nel corso di un convegno dello scorso mese di febbraio, che nel ‘68 la destra perse una grande occasione perché anziché capire le ragioni dei giovani difese l’esistente, si schierò con i baroni universitari, con i parrucconi. Per Fini il ’68 era stato una rivolta esistenziale, “un bisogno di senso” sotto la spinta del desiderio di una società migliore. La cultura liberale e quella cattolica non seppero allora capire che si contestava anche il comunismo con la sua negazione della libertà e dei diritti dell’uomo. Se oggi esiste più attenzione per i diritti civili, per le donne, per le minoranze, questa è l’eredità del primo ’68, i cui valori occorre rimettere al centro a partire dall’uguaglianza, la parità di condizioni di partenza per tutti, per arrivare a una gerarchia meritocratica, ha affermato Fini. Fa un certo effetto sentire queste cose da Gianfranco Fini che nel 1969 aveva appena iniziato la sua militanza nella “Giovane Italia”, diventata qualche anno dopo Fronte della Gioventù, di cui divenne segretario nazionale proprio il giovane Fini. Alcuni suoi ex camerati, “duri e puri”, commentano però maliziosamente come in quegli anni Fini non fosse propriamente dentro i fermenti ideologici e culturali che animavano il mondo della destra giovanile, e che “Gianfranco veniva ai cortei in giacca e impermeabile, così al primo pericolo si infilava nei negozi e si spacciava per poliziotto”. “Gianfranco Fini oggi è perbene mentre ieri era per Benito”, ebbe a dire Alessandra Mussolini qualche tempo fa quando i due, da ex camerati, erano diventati fieri avversari. Certo è che il perbenismo di Fini, comunque lo si voglia vedere, è del tipo che paga, soprattutto se accompagnato dalla necessaria spregiudicatezza che non fa disdegnare le svolte tanto vituperate dai “duri e puri” ex camerati, quali il ridimensionamento di Mussolini e il viaggio in Israele. “Attenzione, con Gianfranco finirete tutti circoncisi” avvertiva ancora Alessandra, la nipote del Duce. Risulta comunque davvero singolare e sorprendente che un politico avveduto come Gianfranco Fini, da sempre sostenitore di politiche molto conservatrici in tema di diritti civili, abbia ritenuto utile l’esercizio di sdoganamento del Sessantotto, considerato dalla destra conservatrice l’origine di tutti i mali, come Nicolas Sarkosy conferma autodefinendosi il “necroforo del 68”, mettendo pericolosamente a rischio l’affezione della base elettorale di Alleanza Nazionale. Chissà, forse l’attuale presidente della Camera con la rivalutazione del Sessantotto in chiave antitotalitaria avrà pensato di poter intercettare un autorevole cantore del suo pensiero come Sarkosy ha incontrato Andrè Glucksmann, filosofo che si riconosce nella sinistra e che dichiara di aver votato per Sarkosy, ritenendolo più di sinistra dei socialisti per la sua determinazione di portare i diritti umani in politica estera e nel volersi occupare dei più deboli, che in Francia sono i disoccupati.Glucksmann ha rilevato il lato “sessantottardo” di Sarkosy nella franchezza del linguaggio, per lui simile alla franchezza del liguaggio dei protagonisti del Sessantotto: “Quando si parla con franchezza di disoccupazione si è più sarkosisti che socialisti”, afferma il filosofo francese. Al momento, sfortunatamente per Fini, non si intravedono in Italia “cantori” disposti ad assegnare patenti di sinistra all’ex delfino di Almirante, pur così abile e spregiudicato nell’arte del revisionismo storico. A maggior ragione a seguito delle ultime dichiarazioni del neo presidente della Camera relative alle contestazioni della sinistra radicale contro la Fiera del Libro di Torino, giudicate da Fini molto più gravi di quanto accaduto a Verona, volendo con questo significare che dietro il bestiale pestaggio ad opera di un gruppo di neofascisti che ha causato la morte di Nicola Tomassoli non c’è alcun riferimento ideologico mentre a Torino, secondo Fini, “é successo qualcosa di molto più grave, perché non è la prima volta che frange della sinistra radicale danno vita ad azioni violente che cercano una giustificazione con una politica antisionista". A prescindere dalla lettura del Sessantotto operata sia da Sarkozy che da Fini, rispettivamente in chiave decisamente negativa e parzialmente positiva, la realtà è che a distanza di quarant’anni restano ancora molte polemiche aperte e domande senza risposte definitive su cosa realmente sia stato questo movimento vissuto da tanti come emergenza di cambiamento nella prospettiva di un mondo nuovo, da lasciare in eredità alle nuove generazioni. Al Sessantotto va comunque attribuito il merito di aver approfondito l’analisi storica e quella sociologica, di aver esplorato nuovi percorsi di democrazia anche economica, di aver stimolato la volontà di tante migliaia di persone di tornare ad essere soggetti e protagonisti del progresso. |
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