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LE ENERGIE SPRECATE A INDIGNARSI CON IL CAVALIERE

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Scritto da Raffaele Deidda   
venerdì, 14 marzo 2008 15:12

È il gioco del Grande Comunicatore: riempire con frizzi e lazzi il vuoto di idee.

Silvio Berlusconi
Silvio Berlusconi
La campagna elettorale iniziata con modalità sobria e piatta ha cominciato ben presto a vivacizzarsi, diventando una sorta di show infinito, come fosse uno di quei reality che cominciano a ritmo basso per poi culminare in bagarre senza esclusioni di colpi. di Raffaele Deidda Berlusconi che straccia platealmente il programma elettorale di Veltroni davanti ad una platea osannante costituisce un segnale decisamente diverso dal bon ton che, nelle premesse, avrebbe dovuto caratterizzare la competizione elettorale.

D'altronde chi si era illuso che si sarebbe trattato di una competizione rispettosa e dai toni ovattati non aveva riflettuto a sufficienza sul fatto che uno dei principali protagonisti della compagna elettorale è lui, sempre lo stesso dal lontano 1994, Silvio Berlusconi, che sa usare egregiamente la comunicazione, almeno quella diretta alla sua gente e gradita dal suo popolo, quello della fatidica libertà, di cui sa intuire le aspirazioni e le pulsioni più recondite, notoriamente avverse a ciò che può essere individuato come regola, capace di inibire e inficiare il raggiungimento di obiettivi e il soddisfacimento di interessi individuali, essendo l'idiosincrasia radicale verso il concetto di interesse collettivo il vero collante che unisce le varie anime che abitano la nuova coalizione che si presenta alle elezioni per il rinnovo del Parlamento nazionale sotto la guida dell'immarcescibile Cavaliere. Il quale, con la sua inconfondibile modestia, dichiara che «sarebbe stato molto saggio non ricandidarsi a premier, ma sono ancora indispensabile».

Ci sarebbe da riflettere che per la sopravvivenza dell'umanità nessuno è davvero indispensabile. Ma evidentemente Berlusconi, dopo essersi paragonato a Napoleone, l'unico che sia riuscito a compiere imprese più leggendarie di lui, a Churchill che liberò gli italiani dal nazismo come lui cerca di liberarli dal comunismo, ed essendosi definito il Gesù Cristo della politica, ritiene di poter rappresentare il sesto elemento per la sopravvivenza del pianeta dopo l'aria, l'acqua, la terra, il vento, il sole. Ormai lo conosciamo bene il nostro Cavaliere e talvolta ci capita di stupirci dello stupore che provocano le sue amene battute, le sue frasi ad effetto che sollevano enormi polveroni utili solo ad accrescere la sua fama di grande affabulatore e a dargli l'opportunità di dichiarare come la “sinistra” (il cui capo, ovviamente, è sempre Romano Prodi) non perda occasione per equivocare le sue parole utilizzando strumentazioni censorie di tipo veterocomunista.

E così non ci si dovrebbe stupire se, nel corso del programma televisivo “Punti di vista” su Rai 2, rispondendo ad una studentessa che gli chiedeva come fosse possibile per le coppie giovani mettere su famiglia senza la sicurezza di un posto di lavoro e di un reddito fisso, Berlusconi abbia dato come ricetta il «cercare di sposare il figlio di Berlusconi o qualcun altro del genere». Che simpatico, ma che simpatico!, direbbe Dario Fo. Che senso possono avere di fronte a questo esercizio di grossolana, offensiva ironia le reazioni “indignate” degli esponenti del PD e della Sinistra Arcobaleno? Signori questo è cinismo, puro cinismo, riusciamo a capirlo? Ma cosa può mai importare al Cavaliere del dramma dei giovani che vivono la precarietà del lavoro come un'insopportabile ipoteca sul loro futuro? L'importante è rendersi simpatico, sdrammatizzare con una battuta, che poi sicuramente sarà rettificata dallo stesso cavalier scherzoso o dal suo fedele replicante Bonaiuti.

L'importante è prendere voti, da qualsiasi parte arrivino. Indro Montanelli aveva capito bene di che pasta fosse fatto il Cavaliere quando nel 2001 ne fece una memorabile descrizione: «È il bugiardo più sincero che ci sia, è il primo a credere alle proprie menzogne. È questo che lo rende così pericoloso. Non ha nessun pudore. Berlusconi non delude mai: quando ti aspetti che dica una scempiaggine, la dice. Ha l'allergia alla verità, una voluttuaria e voluttuosa propensione alle menzogne. Chiagne e fotte, dicono a Napoli dei tipi come lui». È forse cambiato qualcosa nei comportamenti di Berlusconi a distanza di sette anni? Se no, perché stupirci e indignarci ancora? Sarebbe molto più opportuno, invece attrezzarsi seriamente a reagire perché la consapevolezza che possa tornare un vero regime cinico e autoritario è reale, tangibile.

Se vince Berlusconi torna un regime dove lo Stato è posto al servizio della classe dirigente e non viceversa, un regime che ufficialmente non nasce per sopprimere libertà e diritti ma che nei fatti li sopprime per consentire l'accumulo di immensi benefici in mani di pochi, i figli dei quali potranno, secondo la simpatica filosofia berlusconiana, scegliere democraticamente tra le tante donne dal lavoro precario quella da impalmare magnanimamente. Un regime dove i potenti si appropriano abusivamente delle parole fondamentali del sistema democratico e le utilizzano senza vergogna, vuotandole di contenuto e travisandole. Come la parola libertà, che in questa nuova istanza totalitaria neoliberale in realtà è intesa come libertà di fare quello che a lor signori pare e piace senza controlli e ostacoli soprattutto nell'ambito economico-finanziario. Altre libertà non interessano.

Il nuovo autoritarismo ha sostituito (ma chissà che con Storace e Ciarrapico…) le antiche mascherate di uniformi brune o nere, il braccio alzato e le liturgie deliranti con bandiere e simboli totemici, con il controllo ferreo dei mezzi di comunicazione ed il loro uso permanente come strumento efficace di disinformazione, ipnosi collettiva e manipolazione di coscienze. Il tutto condito da un costante, sfacciato, utilizzo dell'inganno fatto apparire come elemento rassicurante, in realtà strumento indispensabile per mantenere ignorante, disorientata e assopita la mente dei cittadini. Gli elementi caratterizzanti del moderno regime autoritario sono il disprezzo per l'uguaglianza davanti alla legge e la corruzione per il soddisfacimento di una priorità assoluta: l'ottenimento di benefici economici a qualunque prezzo.

È con i propugnatori di questo “regime libertario” che si deve fare esercizio di buonismo? Scambiando cortesie e ipocrisie con chi si prepara a fare di nuovo a pezzi il Paese, con chi imbarca vecchi e nuovi fascisti, sdoganandoli pur di raccogliere voti, a qualsiasi prezzo? Dobbiamo, per buonismo, tollerare la corruzione, rassegnarci al malgoverno e tacere sulle nefandezze che provvide leggi ad personam hanno trasformato in normali consuetudini? Non siamo ancora un paese normale, prendiamone atto e non mettiamoci tranquilli e sereni ad incassare le bordate di questi personaggi che non si pongono gli stessi scrupoli buonisti. Non parlare male dei fatti, delle azioni di questi avversari politici, avverte Giorgio Bocca, significa «non parlare di politica, stare fuori dalla vita, sedersi in cima a una colonna nel deserto». Sarebbe fare esattamente quello che desiderano: che non se parli.

 (Pubblicato il 14 marzo 2008 su L’altravoce.net)

 
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