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ZAPATERO "IL MODERATO" PDF Stampa E-mail
Scritto da Franco Mimmi   
venerdì, 28 dicembre 2007 09:18

Per rivincere le elezioni il PSOE cerca voti al centro

Zapatero e il Papa (Italiacerca)
Zapatero e il Papa
Si chiude la legislatura spagnola e Zapatero, invidia dei popoli di sinistra europei, si avvia alle elezioni legislative del 9 marzo con un decente vantaggio nei sondaggi (un minimo di tre o quattro punti sul Partido popular) ma non senza preoccupazioni. Il suo primo mandato si può certamente considerare positivo, ma non sono mancati i tentennamenti e anche gli errori, e non può essere sottovalutato il campanello d'allarme delle elezioni amministrative del maggio scorso, dove, nel computo totale, il Pp ottenne qualche voto in più del Psoe e soprattutto dilagó nella Regione e nel Comune di Madrid.

Per questo motivo gli strateghi socialisti stanno disegnando una campagna improntata alla moderazione, che ispiri tranquillità e che attragga il voto moderato, quello degli elettori qualificati «senza ideologia», riserva nella quale il Pp gode di un vantaggio di cinque punti.

È stato presso quegli elettori che il Pp, grazie a una propaganda che presentava Zapatero come «un radicale di sinistra» (per vedere Zapatero sotto quella luce bisogna essere almeno un radicale dell'estrema destra), ha ottenuto il relativo successo delle amministrative, e il Psoe non è disposto a lasciar libero il pascolo. Lo ha già dimostrato con vari annunci. In economia, per esempio, con la conferma di un ortodosso come Pedro Solbes come vicepresidente economico, e con la promessa di eliminare l'imposta sul patrimonio. E nella lotta ai terroristi baschi: qui il tentativo di negoziato con l'Eta scatenò una fruttuosa campagna del Pp, ma ora il governo, convinto dell'impossibilità di dialogare con una banda di assassini, ha ripreso la via della fermezza totale, e ciò non mancherà di produrre un risultato elettorale.

I grandi problemi di Zapatero sono altrove: una parte della sinistra non a torto scontenta, il che potrebbe generare astensione e addirittura voti contrari; e qualche carenza nella formazione del governo. Sono tre, invece, i fattori a suo vantaggio: le misure sociali adottate in questi quattro anni, il buon andamento dell'economia, e soprattutto la condotta del Partido popular, che dimostra ogni giorno di agire solo in base a interessi partitici del tutto dimentico di quelli del paese.

La scontentezza della sinistra non è, come si diceva, infondata. Non si sa, per esempio, dove un grande giornale italiano abbia pescato la notizia che Zapatero ha eliminato i privilegi fiscali della Chiesa, ha tolto i sussidi pubblici alle scuole private religiose e si appresta a rimettere in discussione il Concordato. Nulla di tutto ciò: i privilegi fiscali sono stati contestati dalla Commissione europea e non dal governo spagnolo; i sussidi alle scuole religiose non sono stati toccati, e nessuno pensa a ridiscutere il Concordato. Di fatto, in questa legislatura i fondi pubblici destinati alla Chiesa sono aumentati, e dal programma elettorale è scomparso qualsiasi accenno a un ampliamento della legge sull'aborto e a una legge sull'eutanasia. Non c'è da meravigliarsi che un simile atteggiamento, di fronte a una Chiesa belligerante che ne fa di tutti i colori, disturbi l'elettorato laico.

Molto scontenti - e non sono certo da sottovalutare - anche gli internauti, perché il governo, sotto pressione della Società degli autori, ha esteso il canone che già colpiva i Cd e i Dvd a tutti i supporti digitali,: riproduttori di Mp3, chip di memoria e anche telefoni mobili. In internet si è scatenata la protesta, con la formazione della piattaforma «Tutti contro il canone» e la raccolta di centinaia di migliaia di firme (ovviamente il Pp si è lanciato nella mischia, assicurando che, in caso di vittoria, eliminerà il canone). È vero però che migliaia di artisti hanno sottoscritto un manifesto che appoggia il Congresso per il suo «fermo impegno con la cultura e i diritti d'autore».

Quanto alla squadra di governo, dando per scontato che i punti di forza sono i due vicepresidenti, María Teresa Fernández de la Vega e Solbes, è evidente che non mancano i punti deboli: per esempio il ministro per le infrastrutture e i servizi, Magdalena Alvarez, che si è pure presa una reprimenda in Senato per il caos ferroviario in Catalogna. O l'incolore ministro degli Esteri Miguel Angel Moratinos. E non va dimenticata la brutta abitudine di collocare degli esponenti del partito, solo perché tali, in posti governativi ai quali risultano inadeguati (come Trinidad Jimenez, che dopo aver fallito appuntamenti elettorali fondamentali a Madrid è stata promossa alla segretaria di Stato per l'Iberoamerica).

Ma gioca a favore di Zapatero la sensazione diffusa che in ogni caso sia il Psoe il partito meglio attrezzato per pilotare il Paese, come dimostrano le misure sociali adottare in questi anni (la difesa dell'insegnamento laico, il matrimonio omosessuale, un controllo non becero dell'immigrazione, il sostegno ai disabili, l'appoggio economico alla procreazione) e come dimostra, soprattutto, l'andamento dell'economia. Negli ultimi anni il prodotto interno lordo ha fatto progressi, in media, attorno al 4 per cento: un grande successo che prova l'importanza di appartenere all'Unione europea, il cui scopo, in definitiva, è proprio quello di creare una grande area economica ricca e omogenea. Che la Spagna abbia già superato l'Italia è una sciocchezza: il pil italiano pro capite supera ancora quello spagnolo del 13%, le esportazioni italiane sono il doppio di quelle iberiche, il boom spagnolo di questi ultimi anni è dovuto soprattutto al boom edilizio (o meglio: al boom della speculazione edilizia), e in un elemento fondamentale come la produttività, la Spagna, anziché guadagnare, continua a perdere terreno. È vero però che, dal punto di vista del potere d'acquisto, oggi gli spagnoli stanno meglio degli italiani

Insomma, Zapatero in testa ma senza certezze assolute di vittoria. Non resta che aspettare le elezioni assistendo a una campagna che avrà i suoi punti focali nei due dibattiti televisivi tra Zapatero e Mariano Rajoy, leader del Pp. Questi non ha potuto esimersi, come aveva fatto 4 anni fa, dalla sfida diretta, perché in queste elezioni si gioca tutto: dovesse perderle, i moderati del suo partito non gli perdoneranno la sua condotta troppo spesso connivente con i centurioni della destra più retriva, e gli estremisti, forti ancora della guida appena dissimulata di José Maria Aznar, non gli perdoneranno i suoi momenti di decenza. Finirà nella pattumiera dei politici perdenti per essere probabilmente sostituito alla guida del partito dal'attuale sindaco di Madrid, Esperanza Aguirre, che certe debolezze non le ha mai avute.

Tratto da L'Unità Online

 
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